Giulia Martini

Pistoia, Italia, 1993

Vive en Florencia, donde se graduó en literatura italiana contemporánea con una tesis sobre Pigrinità di Sicilia y Patrizia Cavalli. Publicó los libros de poesía Manuale d’Istruzioni (Albatros, 2015) y   Coppie minime (Interno Poesia, 2018), con el que ganó el Premio Ceppo Under 35. Poemas suyos integran la antología Un verde più nuovo dell’erba. Poetesse Millennial degli anni ‘90 (Interno Poesia, 2019). Curadora de la antología Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 (2019). Actualmente cursa en Siena un doctorado de investigación en Filología y crítica con una tesis dedicada a las formas de diálogo en el poesía italiana del Novecento italiano.

 

 

 

1

Guido, io vorrei che tu e Lapo e io
e Kennedy e Roland e Winston C.
e la mia santa mamma che sta lì
in cucina a straguardare la tv

Guido io vorrei che Lapo e io e tu
e Tutankamon e Marilyn Monroe
ed Edgar Allan e il giovane eroe
di quando ero bambina, Harry P.

e P. P. P. e Giovanni P. che sa
perché tanto di stelle arde e cade,
santo L. e supersanto Gesù C.

che se ne sta nell’orto degli ulivi –
ma anche lei e soprattutto lei –
io vorrei che fossimo ancora vivi.

 

2

Il letto già rifatto per metà,
nella tua metà non più sfacibile.

Meno stoviglie da lavare, questo è certo –
poi ho sempre detestato fare i piatti.

Molte più rime e meno rimasugli
sugli scartafacci, sui divani.

Guarda che mani vergini, che faccia –
come non fosse mai stata scartata.

Te ne sei andata col tuo ombrello rotto,
che non lo devo neanche buttar via.

Che singolarità, che pulizia!
Ah che bello, non mi vedrai invecchiare.

 

 

3

Beati gli invitati alla cena in via Dernier.
Giravi per le stanze un po’ disabbigliata
apparecchiando di pietanze calde
la tavola rotonda in legno noce

con un occhio alla pasta che non scuoce
e l’altro a un altro – non a me.

 

 

4

Tutti quelli che silenziosi siedono
accanto a me sull’autobus, col viso
al di là di una testata, conquiso
da morte accumulata, che mi chiedono
quando pubblicherò il prossimo libro

cosa vorrebbero che ti dicessi,

se le mie parole erano già tue?
Non ero che una spina in mezzo ai nespoli
prima che tu nascessi a Bagno a Ripoli
il dieci marzo trecentodue.

 

 

5

Marta non m’ama ed io non l’amo. Pure
cosa rimane nella nostra vita
da quando disse – Tra di noi è finita –
è un’apocalisse con figure
michelangiolesche, botticelliane.

Le primavere botticelliane –
che sembra lei quella chiamata Flora –
potessi almeno rivederla ancora
al plenilunio, tra le ipecacuane.
Ma se la rivedessi, che direi?

Ma se la rivedessi, che direi?
È una domanda che mi faccio indarno
mentre attraverso i ponti sopra l’Arno
pieni di sampietrini e di cammei
d’onice incisa come Dio comanda.

Resto indecisa – come Dio comanda –
tra vivere e morire o continuare
a leggere e ripetere e amare
le mie abitudini di laureanda
in Letteratura contemporanea.

Ma Marta non mi è più contemporanea –
ormai declina a un lontano passato
la rondine il futuro trapassato –
curiosa ancora ma già estranea
come galassia in allontanamento.

Di quel tuo passo in allontanamento
non mi dimentico le calzature
Vans, e che va di moda la texture
sulle Dr. Martens – e non commento
il tuo seguire la moda e la morte.

Marta che muore della nostra morte
come una martire preraffaellita
e che mi disse – Tra di noi è finita –
usandomi una voce aspra e forte
quasi fosse una voce buona e giusta.

È veramente cosa buona e giusta
a queste vie simmetriche e deserte
rimettere le rime che ci ha inferte
la nostra ingiusta vita incombusta.
Pur Iulio suona ancora di lontano…

Marta non m’ama ed io non pure l’amo.

 

 

6

Mi piace la tua figura Klein blue,
comando stellare, carta da zucchero,
corallo, cobalto, registration black,
bianco fantasma, olivina, asparago.

La tua figura che diventa celadon,
Isabella, ottone antico, blu cobalto,
rosa mountbatten, denim, international.
Oro. Uovo di pettirosso chiaro.

La striscia salmone sulla testina,
acquamarina, cenere, ametista,
cardo, carbone, solidago, ardesia,
rosso Falun. Di nuovo acquamarina.

Segnale. Scuolabus. Poi verde ufficio.
Poi terra d’ombra bruciata. Tenné.
Te ne sarei grata, se mi rivelassi
la piccola scienza dietro la grata

dove rinasci dalle tue ceneri
e sopravvivi alla muta delle penne.
Mi piace persino la tua figura retorica:
un’insormontabile reticenza.

 

 

7

Ite missa est. Di te mi si è
spenta per sempre qualche lampadina.

Non so se non mi cerchi o è il telefono
che giudica e manda secondo chi chiama.

La preghiamo di attendere in linea…
Talmente in linea che divento magra.

 

 

8

Ma mi rivolgo a loro e parlo io:
ora comincio, ora ve lo dico,
anche se niente più del tempo antico
duole accordare sull’acciottolio
delle stoviglie da rigovernare.

Amore amore amore amore amore
cosa vorresti che dicessi loro?
Tu che omertosa, io che leggo Omero,
che parlo sola e tu sai solo piangere.

 

 

9

Qualesso fu lo malo cristiano
che mi furò la grasta
del bassilico mio selemontano?

Se tu mi ricrescessi nel basilico
se lì con poco estro del mio basico
italiano del mio terreno basito
che ti allontani da un sepolcro vuoto
come farebbe ogni bravo cristiano,

se tu mi ricrescessi nel basilico
o preferisci il ramerino il nespolo
o la spinalba che ti colga un nesso
nuovo – e non ti rincresce mentre bruci
senza che si consumi questo rovo,

se tu mi ricrescessi nel basilico
come una selce, un osso nello scheletro –
tacerei spesso, t’aspergerei di pianto.
E non starei più a chiedermi qualesso
ti parli d’acanto e ti rimanga accanto.

 

 

10

Avresti potuto essere felice?

Te lo domandi spesso, mentre mandi
i capi bianchi nella lavatrice.

 

 

11

La traccia del poema
modulata su un suono
mi sembra la tua faccia.

Appare la facciata
del Duomo in piazza Duomo
come un grande problema.

 

 

12

Io rime, tu rimedi.

Tu vai verso quello che credi,
io verso quello che rimane.

 

 

13

Fisso un punto nel vuoto.
Chi mi darà le prove?

E non so più il tuo prefisso,
se tre tre tre o tre tre nove.

 

 

14

Autunno. Tu non mi hai più
che leggo Omero nella stanza accanto:
poche scoperte da riproporti a tavola.

E nemmeno mi hai più scritto,
da quel lontano che dicesti – A presto.

Ti resto referente immaginaria
di quelle novità che invecchieranno
non condivise.
……………………………Mi rinventi il viso
dandomi la faccia dell’ascolto.

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